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La quarantena dei nonni, fragili e spaventati più dei bambini!

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“C’è una generazione che rischia di sparire”, ci sentiamo ripetere dai media ogni giorno. Lo dicono i numeri, a pagare il prezzo più alto di questa epidemia sono gli anziani. Sono i miei genitori, sono i nonni dei miei figli, i nonni di milioni di bambini. 

Oggi sono esattamente sette settimane che i miei figli non vedono il proprio nonno, e sei che non vedono la nonna (gli altri due nonni se ne sono andati prima che nascessero).

All’indomani della chiusura delle scuole, essendo mio padre immunodepresso, l’abbiamo subito messo in isolamento a casa sua. “Ti stiamo alla larga, papà, non si sa mai” gli ho detto mai immaginando che avremmo vissuto un’emergenza di questa portata, e così lunga.

Una settimana dopo la stessa frase l’abbiamo detta a mia madre, rinunciando così al suo aiuto prezioso con i bambini.

Entrambi settantenni, sono due perfetti esempi di “però avevano una serie di patologie pregresse!”. Lo sanno, lo sanno benissimo, e hanno paura.

Ma quello che vedo farli soffrire di più, con il passare delle settimane, non è tanto la paura di non farcela in caso di contagio, ma la lontananza da noi, soprattutto dai bambini.

La vita con loro non è stata particolarmente generosa, di prove gliene ha fatte affrontare parecchie. Questi ultimi anni da nonni, sono stati una sorta di riscatto. Attraverso i nipoti hanno fatto in qualche modo pace con la loro sorte e trovato di nuovo un senso alle loro giornate, non sempre facili, quasi mai indolori.

Ora quella boccata di ossigeno fatta di abbracci, di giochi, risate, pranzi a base di torte e polpette, pomeriggi al parco, non c’è più.

“Almeno la domenica venivamo da voi”, mi dice mia madre al telefono, tra i singhiozzi spiegandomi che no, non vuole più fare le videochiamate con i bimbi perché tanto piange sempre e non sa cosa dire.

Non vuole neppure che le porti la spesa, ha troppa paura, disinfetta tutto. Mi dice di aver paura perfino mio papà, lui che ha affrontato 30 anni di malattia con una dignità e una riservatezza rare, senza mai mostrare paure o sconforto.

Qualche giorno fa mio marito ha portato loro alcuni medicinali. Io stavo addormentando Marta e così ha preso con sé Francesco a condizione che una volta arrivati alla casa dei nonni sarebbe rimasto in macchina.

Mio marito ha parcheggiato l’auto nella loro corte, mia madre si è avvicinata al finestrino, mio padre è rimasto qualche metro indietro ma è uscito anche lui per salutare il nipote. Hanno pianto, hanno pianto tutti. Ho pianto io, a casa, immaginandomeli.

In quel momento c’era la potenza della loro fragilità. Così indifesi, spaventati e vuoti. Sono come dei nuovi bambini da proteggere, curare, rassicurare. Vogliono capire, mi chiedono “ma quanto dura?”.

A loro non importa uscire. A loro importa sapere solo quando potremmo riabbracciarci.

Dicono che uno dei sintomi di questo Coronavirus sia la cosiddetta fame d’aria. C’è un mondo di nonni che lotta ogni giorno nei reparti degli ospedali per poter respirare. Ce n’è un altro, fuori, ognuno nelle proprie case, che aspetta di potersi riempire di nuovo i polmoni e il cuore di quell’ossigeno che solo l’amore dei nipoti sa dare!

Per tutti loro dunque continuiamo a fare la nostra parte restando a casa, perché il prezzo che stanno pagando è ben più alto del nostro, e non deve essere pagato invano!

 

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